San Massimiliano Maria Kolbe - Milizia dell'Immacolata Zona Bagheria

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San Massimiliano Maria Kolbe


IN RICORDO DI PADRE MASSIMILIANO KOLBE, SACRIFICATOSI AD AUSCHWITZ NEL 1941 PER UN SUO COMPAGNO DI PRIGIONIA


Riproponiamo un brano della vita di Kolbe a firma Sergio C. Lorit (pseudonimo di Gino Lubich), apparsa sul periodico  Città Nuova dal n. 6 al n. 12 del 1962. L’uomo uscì dai ranghi  era il “numero 16670”  e con passo deciso si diresse verso il comandante del campo. Come un soffio di vento, un bisbiglio sommesso passò, da un “blocco” all’altro, per tutte le file del grande quadrato: «Chi è?»; «Che fa?»; «Ma cosa vuole?»; «È impazzito?». A ricordo dei superstiti più anziani di Auschwitz, nessuno, mai, senza un ordine preciso, aveva osato rompere le file, passare in mezzo ai compagni e soprattutto uscire sullo spiazzo aperto e muovere direttamente verso “Testa di mastino”. L’infrazione alla ferrea disciplina del campo era così clamorosa e incredibile che avvennero due fatti altrettanto incredibili e clamorosi:  
 

il primo fu che nessuna delle numerose guardie che assistevano alla scena, use tutte a premere il grilletto alla prima mossa sospetta, lasciò partire un sol colpo; il secondo fu che il terribile Lagerführer Fritsch, vedendo venire verso di lui a passo fermo quell’uomo inerme, fece un balzo all’indietro estraendo fulmineamente dalla fondina la P38 dalla lunga canna: «Alt!  urlò con voce strozzata
Cosa vuole da me questo polacco?». Lungo le file del grande quadrato passò di nuovo un bisbiglio sommesso:«È padre Kolbe!...»; «Sicuro, è padre Massimiliano Kolbe!...»; «È il francescano di Niepokalanòw!...».
Il “numero 16670” aveva finalmente un nome: padre Massimiliano Kolbe, fondatore di Niepokalanòw, la “città dell’Immacolata”». Ma cosa voleva dal purosangue germanico Fritsch quel « polacco»? Si tolse il berretto e si pose dignitosamente sull’attenti davanti al comandante del campo.
Era calmo e sorridente negli occhi dolci, alto al punto che la magrezza lo faceva allampanato, pallido in volto da parer diafano, la testa leggermente inclinata a sinistra. Disse, quasi sottovoce: «Vorrei morire al posto di uno di quelli», e fece un cenno con la mano verso il gruppo dei dieci condannati al bunker, serrati fra gli sgherri.  
Nello sguardo invasato di “Testa di mastino” passò l’ombra dello sbalordimento. Quello che aveva udito superava a tal punto ogni sua possibilità intellettiva, ch’ebbe, per qualche attimo, il dubbio di sognare. Eppure non sognava; e tuttavia lui, l’onnipotente che non ammetteva obiezioni ai suoi ordini, l’inflessibile che non ritornava mai su una decisione presa, il sanguinario che freddava chiunque recalcitrasse davanti a lui con un sol colpo della sua P38, lui, sotto la chiarezza di quello sguardo sereno, non trovò che una parola, per formulare una domanda. «Warum?», (Perché?). Non era mai accaduto che il Lagerführer Fritsch parlasse direttamente con un “numero” del suo campo, o, peggio, discutesse con lui. Padre Kolbe comprese subito che un suo atteggiamento eroico, in quel momento, poteva guastare tutto. Meglio facilitare la ritirata del carnefice, che per la prima volta si trovava visibilmente in difficoltà, e spianargli la strada invocando un paragrafo non scritto, ma fondamentale, della legge nazista: i malati e i deboli devono essere liquidati. «Sono vecchio, ormai, e buono a nulla  rispose . La mia vita non può più servire granché...». «E per chi vuoi morire?», boccheggiò Fritsch, sempre più interdetto. «Per lui. Ha moglie, lui, e ha bambini...», e indicò col dito, oltre la siepe degli elmetti d’acciaio delle SS, il sergente Francesco Gajowniczek, ancora singhiozzante, le mani avvinghiate alla fronte. «Ma tu chi sei?», sbottò Fritsch. «Un prete cattolico». Non disse un religioso, non disse un francescano, non disse il fondatore della milizia dell’Immacolata. Semplicemente «un prete». E lo disse per umiltà. E per offrire a Fritsch un solido pretesto che giustifi casse quel suo ritorno su una decisione già presa. Perché i preti, nella considerazione degli aguzzini di Auschwitz  se “considerazione” conserva ancora un signifi cato, parlando di fatti avvenuti in quell’inferno recinto di fi lo spinato  i preti, dicevo, occupavano la penultima bolgia; l’ultima essendo riservata, per diritto di razza, agli ebrei. Ma dopo i «porci ebrei» venivano subito i «porci preti», die schweinerische pfaffen, e ad essi erano imposti i lavori più sfibranti, e su di essi cadevano con maggior predilezione i colpi di staffile. Umiliati, calpestati, ridotti a stracci umani, l’odio ideologico li braccava senza tregua come bestie rognose. «Un pfaffe» (un prete), disse con un ghigno livido il Lagerführer, rivolgendosi a Palitsch. E in quel ghigno padre Kolbe lesse ormai la certezza che la sua richiesta sarebbe stata esaudita. «Accetto», fu infatti la risposta di Fritsch; e Palitsch tracciò un rigo sul numero 5659 del sergente Gajowniczek, e lo sostituì nella lista col numero 16670 di padre Kolbe. Tutto era a posto. I conti tornavano. Ma il campo pareva impietrito nello stupore. Ad Auschwitz mai si era verificato il caso che un prigioniero avesse offerto la propria vita per un altro prigioniero a lui completamente sconosciuto. Per la prima volta, nel cupo regno dell’odio era esplosa la luce abbagliante d’un atto d’amore.




L’ex prigioniero salvato da padre Kolbe, Francesco Gajowniczek, in visita al lager di Auschwitz.

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